Andrea Mirannalti, Tecnico dei servizi sociali specializzato nella progettazione e gestione di attività motorie in ambito socio educativo ed allenatore della FIGC, impiegato presso il CEIS (Centro di solidarietà) di Firenze
Da venticinque anni lavoro al Centro di Solidarietà di Firenze e da venti coordino il Programma psicomotorio.
Il Centro di Solidarietà di Firenze, Ente Ausiliario della Regione Toscana, dal 1980 si dedica alla riabilitazione dei tossicodipendenti e, per il loro recupero, utilizza un complesso programma terapeutico nel quale, dal 1989, ha un rilievo particolare l'attività psicomotoria. Questa prevede una accurata anamnesi sulla precedente esperienza sportiva degli utenti. Dal 1984 è stato attivato anche il Servizio Prevenzione “La Conchiglia” che svolge sul territorio un’intensa attività sociale di sensibilizzazione e di formazione agli adulti educanti, con l’obiettivo di prevenire nei giovani il disagio sociale e l’uso di sostanze psicoattive, rilevando altresì l'importanza della società sportiva come agenzia educativa.
Il Progetto psicomotorio è operativo dal 1989. Il suo obiettivo generale è quello di creare un’attività che faccia recuperare il valore della corporeità e la cura di sé, dopo l’esperienza della tossicodipendenza dove il corpo è stato usato, ferito e offeso: “Passare dal corpo che ho al corpo che sono”. Un’attività rivolta a persone che da molto tempo hanno interrotto un rapporto positivo con il proprio corpo e con la salute.
Si è progettato qualcosa di più complesso della semplice possibilità di fare un’ora di attività motoria la settimana, un’attività che fosse un incontro fra i bisogni della persona, le nostre competenze e le possibilità della struttura, e che soprattutto fosse un lavoro graduale e per obiettivi.
Gli obiettivi che il progetto si propone di raggiungere sono:
Nella prima fase del programma riabilitativo, significativamente chiamata “Accoglienza” le persone prendono consapevolezza della condizione fisica dopo anni di disinteresse e, in parallelo al programma terapeutico, con il lavoro, la fatica e la costanza arrivano i segnali di ripresa. In questi anni seguendo la filosofia che “se ci provo e ci riprovo, ce la faccio”, potrei elencare tanti, tanti ragazzi che si sono riappropriati di un sano benessere, deterrente anche per le ricadute al reinserimento.
Un punto importante di questo lavoro è stata l’esperienza ricavata dal lavoro sul campo e dalle oltre 2000 anamnesi raccolte dai ragazzi che hanno seguito il progetto psicomotorio in tutti questi anni.
E’ dall’incontro con Annamaria Bocciolini (psicoterapeuta, insegnante di educazione fisica e operatrice del servizio prevenzione) e dal confronto dell’esperienza del progetto psicomotorio con il lavoro svolto dal Servizio Prevenzione che hanno preso avvio 10 anni di continui interventi nel mondo dello sport.
In questi anni, i numeri emersi sia da molteplici ricerche che da importanti incontri, mi hanno permesso di crescere professionalmente e di fare alcune riflessioni sull’importanza dello sport nella prevenzione di stili di vita a rischio.
Il 70% dei giovani che hanno frequentato il programma riabilitativo del ”Centro di Solidarietà di Firenze” ha fatto sport a livello agonistico. Nei racconti per la loro anamnesi spesso mi veniva detto: “Ho iniziato ad usare sostanze e non ho più fatto nessuno sport”. In realtà non era così: l’interruzione della pratica sportiva non era tanto legata all’uso di sostanze quanto all’esperienza di tanti ragazzi entrati in crisi nella relazione con gli adulti e con la famiglia, era l’arrivo al capolinea di un cammino iniziato in tempi migliori. Inoltre da queste anamnesi emergeva in quelle persone anche un altro dato interessante: la passione per lo sport era stata per loro l’ultimo legame che li aveva ancorati alla società, e ciò conferma ancora una volta l’importanza dello sport nella prevenzione. Lo sport, iniziato per motivi vari, per un certo periodo era divertente, affascinante, ricco di ricordi legati al gruppo, ai successi, ai rapporti con il mister. Poi arrivava il confronto con i limiti, con una selezione in molti casi non compresa, non chiara che, creava molti risentimenti e le difficoltà di rapporto con il gruppo dei pari.
Davanti a questi dati, la cosa per noi più importante era capire direttamente da loro se, e che cosa, era possibile fare per scongiurare una tossicodipendenza.
L’occasione di un approfondimento del nostro lavoro fu favorita dall’allora Presidente del Settore Giovanile e Scolastico della FIGC, che ci chiese se potevamo individuare dei markers che indicassero il disagio di uno sportivo e la possibilità che egli interrompesse la pratica sportiva.
Dalle nostra esperienza e da continue ricerche abbiamo individuato cinque aree in ambito relazionale all’interno delle quali sono stati riconosciuti cinque comportamenti che possono essere segnali di disagio giovanile in ambito sportivo, di devianza o di abbandono dello sport. Queste aree sono:
In questi anni queste aree sono state elemento importante per la formazione di allenatori e dirigenti ed utilizzate come prezioso strumento per individuare i momenti di difficoltà dei ragazzi, ma allo stesso tempo per trasformarle in risorse per il superamento di tali difficoltà.
A confermare che lo sport rimane un’importante scuola di vita, posso contare sulle dita delle mani i ragazzi che sono riusciti a portare avanti la pratica sportiva insieme all’uso di sostanze. Per questo il nostro lavoro ha seguito principalmente due binari, la prevenzione dell’abbandono precoce dello sport e la prevenzione dell’uso di sostanze psicoattive e dopanti.
Tempo fa, ad un convegno internazionale delle comunità, ho sentito un intervento nel quale rivedo l’esperienza di tanti ragazzi che ho seguito in questi anni. Questa l’affermazione: “Sono trentacinque anni che io mi interesso di tossicodipendenti e faccio indagini; oggi sò con certezza che il problema di fondo di un tossicodipendente è che si sente spazzatura”. Cioè non sa affrontare i problemi, non si piace, non sa portare a termine un impegno.
Sono convinto che gli adulti del modo sportivo, se formati adeguatamente e in rete con i servizi socio sanitari, possono dare un importante contributo - insieme alla famiglia e alla scuola - alla prevenzione di stili di vita a rischio. E, soprattutto, possono aiutare un giovane in tutte quelle situazioni in cui sente di non farcela. Credo che una società attenta possa provare ad interrompere quei cammini pericolosi che portano a sentirsi spazzatura.
Il rapporto fra i giovani, lo sport e l’uso di sostanze è stato analizzato nel lavoro di questi anni al Centro di Solidarietà di Firenze e ne è stata tratta una pubblicazione, disponibile a richiesta. Dei tanti risultati riporto quelli relativi al rapporto con l’alcol, tratti dalle ricerche “Disagio giovanile e sport” e “Crescere con lo sport”.
“Disagio giovanile e sport” ha coinvolto allenatori, dirigenti, genitori e atleti in un’indagine sul rapporto fra sport, disagio giovanile e uso di sostanze. Sul livello d’informazione rispetto alla natura e gli effetti dell’alcol circa il 65% dei 4 soggetti ritiene di essere molto o abbastanza informato.
Alla seconda domanda, se secondo loro i giovani sportivi sono informati riguardo a l’alcol, la percentuale scende drasticamente: secondo gli allenatori solo il 25% è abbastanza o molto informato.
Quanto all’uso personale di alcol, il 41,9% degli atleti ha risposto che non ha mai fatto uso, al 29,7% capita di usare, l’8,3% usa regolarmente. Alla domanda più generica sull’uso dei giovani sportivi, gli stessi atleti attribuiscono ai coetanei un uso regolare per il 22,9% e occasionale per il 26,4%. Per gli adulti invece l’uso di alcolici è sottostimato. Perché gli adulti non vedono la presenza di questa problematica?
Differenti i dati emersi nella ricerca “Crescere con lo Sport” che ha coinvolto circa 1100 studenti; di questi, il 94% ha praticato sport agonistico ma attualmente il 47,5% ha interrotto la pratica sportiva.
Alla domanda “Secondo te, tra i giovani che fanno sport, esiste l’uso delle seguenti sostanze?”, così hanno risposto relativamente all’alcol:
|
| % | fq |
| Niente | 11,44 | 126 |
| Poco | 16,26 | 179 |
| Abbastanza | 25,61 | 282 |
| Molto | 41,24 | 454 |
| N.R. | 5,45 | 60 |
Nella stessa ricerca la discoteca veniva individuata come luogo dove si verifica il maggiore uso di sostanze e nella quale i ragazzi della comunità trovano più frequente, rispetto anni fa, l’uso di alcol, ecstasy e cocaina. Si potrebbe pensare che l’alcol in alcuni casi prepari il terreno ad altre sostanze.
Tornando allo sport, sempre in questa ricerca abbiamo chiesto ai ragazzi che emozioni provavano nella pratica sportiva. Queste le loro risposte: gioia, esaltazione, gratificazione e partecipazione.
Successivamente abbiamo chiesto perché, secondo loro, un ragazzo continua ad usare sostanze. Ecco le risposte: per sentirsi parte del gruppo; per sentirsi all'altezza degli altri; perché fanno stare bene.
Si potrebbe pensare che nelle sostanza i ragazzi ritrovano emozioni che vivevano quando facevano sport?
Da quanto emerso in questi anni di lavoro fra sport, riabilitazione e prevenzione, sono convinto che lo sport possa essere, a fianco alla famiglia e della scuola, un importante strumento per la prevenzione di stili di vita a rischio. Le istituzioni dovranno tenere ben presente che nella fascia di età più pericolosa, tra i 13 e i 17 anni, il 45% circa interrompe la pratica sportiva.
Le strade da seguire sono la formazione specifica su questi temi rivolta ad allenatori e dirigenti, allo scopo di fornire un volontariato specializzato, di migliorare la collaborazione con le famiglie e aumentare la possibilità di fare sport anche al di fuori delle strutture che prevedono agonismo o un costo spesso eccessivi, riappropriandosi di tanti spazi abbandonati.
Concludo, con una frase che un ragazzo ha scritto su un questionario: “Lo sport è utile se aiutato ad aiutare”.