Editoriale : Lobbying e advocacy al servizio della promozione del diritto universale al benessere
Valentino Patussi (Direttore responsabile rivista Alcologia), Fiorella Alunni (Segretaria di redazione rivista Alcologia)

La nostra società è, ormai da tempo, attraversata da una crisi profonda che solo negli ultimi mesi ha conosciuto gli effetti devastanti di un’economia basata sul concetto del consumare e del vivere al di là della sostenibilità.
Oggi è indispensabile lavorare per l’affermazione di diversi stili di vita che si possono fondare essenzialmente sul recupero di due concetti: il cambiamento e la sobrietà.
Questa istanza generale può essere ben declinata nel settore dell’alcologia che vede come prioritaria l’affermazione della diffusione capillare delle corrette evidenze scientifiche rispetto ai rischi ai quali sono esposti i cittadini nel caso di consumo di bevande alcoliche, con la piena comprensione della dimensione causata dai problemi e dalle patologie alcolcorrelate.
Un impegno non solo di cura, destinato esclusivamente a coloro che sono strettamente affetti da patologie connesse all’uso di alcol bensì al loro contesto sociale; una responsabilità degli operatori del settore nel supportare un diverso modo di valutare il rapporto della comunità con le bevande alcoliche, che, come è noto, sono legali ed accettate socialmente, parte della nostra tradizione non solo gastronomica.
Occorre, insomma, promuovere un cambiamento di abitudini e di atteggiamenti che recuperi il concetto della sobrietà come valore, accompagnato dalla necessaria consapevolezza della responsabilità dei singoli rispetto al benessere generale.
Proprio in queste ultime settimane imperversa il dibattito sulle ordinanze disposte da alcuni sindaci – Milano è stato il comune che ha avuto maggiore rilievo a livello mediatico –, dove si ribadiscono normative di carattere nazionale (divieto di vendita degli alcolici ai minori di 16 anni) e si precisano ed inaspriscono le pene relative, coinvolgendo nella sanzione anche le famiglie di minori.
Al di là delle opinioni sui provvedimenti emanati, corre l’obbligo di sottolineare che si sta affermando una nuova percezione della pericolosità del consumo di alcol, anche se, come spesso accade quando si seguono i “movimenti di pancia”, l’analisi è assai semplicistica.
Da questi atti emerge, infatti, una rappresentazione poco corretta della realtà: sembra che il problema del “bere” investa solo i giovani, rei di aver “tradito” il modello della tradizione mediterranea del “bere moderato”. Ma questa è solo una parte della realtà.
Altrimenti non si spiegherebbero i risultati dei controlli relativi al tasso di alcolemia dai quali emerge, sovente, che quelli più alti vengono riscontrati degli adulti. Occorre, poi, menzionare l’impressionante dato relativo agli incidenti connessi al consumo di alcol nei luoghi di lavoro.
Facendo riferimento a questo contesto è sempre più indispensabile focalizzare le problematiche senza scivolare in oziose discussioni moralistiche che dividono la società in “tolleranti” e “proibizionisti” – ovvero “culture bagnate” contro quelle “asciutte” -; dibattiti che non permettono l’effettiva salvaguardia e promozione della salute collettiva.
Le crociate a favore o contro determinati comportamenti, tradizioni o innovazioni bloccano i processi di crescita e creano irrigidimenti in favore di uno stallo (spesso ipocrita) culturale e sociale.
Per queste ragioni diventa sempre più necessario affrontare la complessità delle problematiche del “benessere”, inteso come diritto inalienabile dei cittadini, in un modo nuovo, svincolato da retaggi ideologici e basato, invece, sulla possibilità di garantire il diritto alla “parola” a coloro che, per loro debolezza o incapacità contrattuale, sono vittime di alcuni comportamenti derivanti da patologie (e il consumo di alcol è fra queste), restituendo dignità alle loro ragioni di sofferenza, fornendo loro gli strumenti per superare tale condizione di disagio, riconoscendo, infine, il relativo “risarcimento” (advocacy).
È, d’altro canto, assolutamente indispensabile l’azione “preventiva” rispetto all’esposizione ai rischi o alla riparazione dei danni. Vale a dire che diventa sempre più cogente l’impegno a far sì che le norme e le leggi dei singoli paesi siano orientate alla reale tutela della salute in fase preventiva e non solo risarciatoria: solo così si potrà garantire un reale risparmio di risorse in termini di costi non solo sociali. Occorre che si attuino quei provvedimenti ispirati alla massima precauzione con l’obiettivo di prevenire tutti i rischi evitabili, tenendo conto delle evidenze scientifiche: i legislatori dovrebbero essere meno sensibili alla forza delle necessità e ragioni di carattere commerciale, pur se legittime.
Diventa indispensabile, insomma, esercitare una pressione (lobbying) alternativa a quella economica.
Rispetto all’alcol questa azione può sembrare destinata al fallimento: il suo consumo oltre che essere parte della nostra tradizione culinaria, è motivo di relazione sociale (si pensi ai modi di dire: “vediamoci per bere”, “beviamo insieme qualcosa”).
Quando le convinzioni sono così profonde, appare assai difficile scardinarle, a meno che si investa molto nel cambiamento della conoscenza a livello generale, favorendo un processo di acquisizione della consapevolezza dei rischi da parte della popolazione.
Questo percorso è ancora più lento e tormentato quando, oltre alle abitudini, si devono fronteggiare le ragioni del mercato. Quelle della produzione di bevande alcoliche sono davvero
forti, formalmente legittime, visto che le bevande alcoliche, nonostante alcune limitazioni, sono sostanze legali. Se si quantificano i mezzi a disposizione del mondo dell’economia rispetto a quelli propri della comunità scientifica e della società organizzata sensibile, il confronto è senza possibilità di equilibrio. Recenti studi, presentati in occasione dell’Alcohol Prevention Day ribadiscono la potenza della pubblicità e la scarsa capacità delle leggi attuali di garantire pari opportunità.
Occorre registrare, però, che non tutta la società è cristallizzata. Molte associazioni e professionisti hanno scelto, anche nel campo dell’alcologia (ne sono testimonianza Eurocare, Gapa, l’esperienza più recente di ALIA) di lavorare per l’affermazione di una corretta informazione o, meglio hanno scelto di contrastare con azioni puntuali, il “pensiero unico” che spesso diventa verità. Il diritto alla “controinformazione”, in certi casi, diventa un dovere civile.
Molti, ormai, sono gli esempi dell’uso di strumenti un tempo destinati solo a potenti gruppi (azioni di lobbying) al servizio degli interessi della comunità. Associazioni come la Caritas hanno saputo coniugare nelle realtà più povere del nostro pianeta la forza del silenzio di molti in favore della promozione dei loro diritti inalienabili.
Per questo motivo riteniamo che oggi occuparsi di alcologia, visto il contesto in cui agiscono le associazioni e gli operatori significa recuperare il senso della “responsabilità etica”. Se non si lavora per favorire una cambiamento ogni azione risulta dimezzata. In questo senso assume pari dignità “la cura” degli stili di vita rispetto a quella delle patologie.
Tale impegno va al di là della professionalità o del ruolo dei singoli operatori o della mission delle associazioni: è un recupero di concetti che, per qualche tempo, non sono stati considerati valori o, perlomeno, hanno perso la spinta originaria.
Significa considerare il proprio ruolo nella società non solo come professionisti preparati che agiscono ed eseguono sulle basi di linee guida accettate: è la considerazione del contesto e la necessità di mettere in luce le contraddizioni.
È, essenzialmente, il recupero di una dimensione sociale in cui “il farsi carico” dei problemi della comunità è prioritario. È l’abbandono della “dimensione neutra”. Le parole di Don Milani esprimono bene questo impegno: “I problemi degli altri sono uguali ai miei. Sortirne insieme è la politica, sortirne da soli è l’avarizia”.
Insomma non missionari bensì cittadini sempre, al di là della propria posizione nella società.
Su queste basi diventa sempre più importante affermare il diritto dei cittadini ad essere debitamente informati rispetto al mantenimento ed incremento del loro benessere, sia come singoli che come comunità: il diritto a scegliere consapevolmente.
Una società che aspira al benessere collettivo è necessariamente un insieme di comunità consapevoli del proprio diritto alla formazione e all’informazione corretta. Il rischio maggiore che si corre oggi è quello dell’inondazione di messaggi, di modelli e d’abitudini, spesso contraddittorio
e in contrasto rispetto a quelle buone pratiche di “salute” che dovrebbero consentire un livello migliore di qualità della vita. In una fase in cui l’esistenza è improntata alla “velocità” ed ai cambiamenti è necessario appropriarsi dei mezzi idonei di rappresentanza e di tutela, mutuati da altre realtà. Qualche anno fa nel nostro  paese i punti di riferimento istituzionale o di rappresentanza che godevano di prestigio ed avevano la capacità di recepire le istanza di gran parte della popolazione, riuscendo a produrre leggi di grande avanzamento culturale, a vocazione maggioritaria nella società quali la riforma sanitaria del ‘78, la legge 180, la legge 104, ecc. Esisteva un rapporto fiduciario che, per molte ragioni, si è incrinato.
Per questo motivo occorre, senza pregiudizi, sperimentare nuovi strumenti per promuovere leggi volte ad elevare il livello della qualità della vita. In questo spirito diventa legittimo, quasi indispensabile per chi, dal basso, vuole occuparsi di salute, recepire la pratica lobbistica anche se tuttora questa opportunità è percepita, dall’italiano medio, come un metodo scorretto, legato a “conventicole e potentati”, in genere utilizzata per influenzare negativamente le azioni dei decisori politici. Insomma una pressione di pochi finalizzata all’interesse particolare. Tale connotazione deriva e permane anche a causa di una mancata legislazione nazionale in materia che, con opportune regole potrebbe definire chiaramente – ed eticamente – le modalità di azione. Occorre però sottolineare che alcune regioni (Toscana e Molise) hanno regolamentato tali pratiche di
partecipazione.
A nostro avviso è però indispensabile agire per controbilanciare un sistema che spesso, usando in modo strumentale alcune pseudo-evidenze scientifiche, contrasta con il fine della salute generale.
In questo senso l’operazione di una alleanza tra soggetti impegnati nel settore alcologico e le continue azioni di denuncia e di proposta avanzate sono uno strumento che, sebbene agli albori, costruirà un sistema democratico di responsabilizzazione dei soggetti impegnati nel settore con la capacità di coinvolgere, anche nel medio periodo, associazioni di diversa provenienza o attività, rappresentando un esperimento interessante di tutela e promozione della salute.


Bibliografia essenziale

 
  • L. Graziano, Le lobbies, Bari, Laterza, 2002.
  • Legge regionale 18 gennaio 2002, n. 5., “Norme per la trasparenza dell’attività politica e amministrativa del Consiglio regionale della Toscana".
  • Legge regionale 22 ottobre 2004, n. 24, “Norme per la trasparenza dell’attività politica ed amministrativa del Consiglio Regionale del Molise”.
  • Caritas Italiana, Lobby e advocacy a fianco dei “dimenticati”, Bologna, Edizioni Devoniane, 2008.
 
Ultimo aggiornamento ( Mercoledì 28 Ottobre 2009 13:53 )